Nella sessione finale del Forum Nazionale di Filosofia, tenutasi a Faenza il 18 maggio 2016, al termine della presentazione e del dibattito, la giuria ha assegnato il primo premio ai ragazzi del Liceo Scientifico Edith Stein di Gavirate, preparati da Paola Saporiti, con le seguenti motivazioni:

  • Precisione nelle risposte ai quesiti posti dal tema del Forum
  • Approfondimenti tematici
  • Rielaborazione critica
  • Interdisciplinarietà
  • Vivacità del dibattito

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FORUM 2016, il TEMA:

I GIOVANI E LA FILOSOFIA OGGI

Si chiede ai partecipanti di rendere esplicite, sulla base delle loro esperienze, le aspettative nei confronti della filosofia.

In particolare, si propongono i seguenti spunti di riflessione:

  • Qual è il significato della filosofia e quali sono le sue prospettive nell’era digitale?
  • Qual è il suo valore conoscitivo e quale il suo valore pratico?
  • Quali sono le sue possibili relazioni con i molteplici settori della cultura?
  • Che cosa chiedono gli studenti alla scuola in merito all’insegnamento della filosofia?

IL PRESIDENTE DEL COMITATO SCIENTIFICO

Luigi Neri

Ai partecipanti si chiede di inviare un documento di 15.000 battute (spazi inclusi) e successivamente di intervenire al dibattito con una presentazione in formato libero, anche multimediale.


Alla luce dei quesiti posti dal tema del Forum, ci siamo mossi in una direzione duplice. Da un lato abbiamo iniziato a ritrovarci e a dialogare; dall’altro abbiamo aperto degli approfondimenti, con la lettura dei testi che citiamo in bibliografia.

Per ciascuna delle domande poste apriamo qui di seguito un percorso problematico e proviamo poi ad imbastire una risposta, più sul versante del metodo che su quello dei molteplici contenuti che si aprono.

Per le nostre risposte sono fondamentali le esperienze fatte.


Nell’era digitale nascono nuove domande sull’io e sulle sue relazioni.

La filosofia, che da sempre si pone quesiti sulla questione antropologica, deve oggi declinare le sue risposte in maniera nuova. Deve, prima ancora, porsi domande che sappiano guidare nella ricerca di senso anche a questo proposito.

Terrà conto delle competenze neuroscientifiche; avrà a che fare con le questioni del tempo – che nella tecnologia può trovare un compagno o un tiranno-; rifletterà sui diversi volti dell’identità.

Ecco alcune domande di competenza del filosofo.

  • Come cambia il modo di conoscere, attraverso l’esperienza del multitasking?
  • Come ci si rapporta con il tempo, gli oggetti, gli altri?
  • Come cambiano le relazioni tra le persone?
  • Come cambia la percezione di se stessi dentro una vita dalla connessione continua? Quale il rapporto tra il profilo social e l’identità? Può una persona assumere l’identità di un’altra?
  • Un profilo virtuale è una seconda personalità. La storia della letteratura ci ha sempre presentato i possibili e molteplici volti dell’individuo. Oggi la questione diventa rilevante. L’esistenza di una seconda personalità rappresenta un punto di rottura in campo filosofico?
  • Sono appropriate, oggi, le categorie ermeneutiche del passato?

Le neuroscienze si dedicano con attenzione ad alcuni di questi temi. A proposito di multitasking abbiamo letto pareri molto diversi.

Lo scienziato Travis Bradberry, citando uno studio recente dell’università del Sussex, afferma che non solo la conoscenza che proviene dal multitasking è di breve durata, ma soprattutto che danneggia il cervello. Le persone hard multitaskers hanno meno densità cerebrale nella parte della corteccia responsabile dell’empatia e del controllo cognitivo ed emozionale (corteccia cingolata).

In maniera del tutto opposta, Steven Jonshon, nel suo libro Everything bad is good for you, sostiene che ciò che riteniamo bad per noi (un esempio su tutti: i videogiochi), può essere in realtà benefico. L’apprendimento potrebbe essere migliore, se ispirato a videogiochi o social network. Questi giochi stimolano il rilascio di sostanze come la dopamina, che ci dà un piccolo premio neuronale ogni volta che raggiungiamo un obiettivo. Se la scuola funzionasse in modo simile, l’apprendimento sarebbe più facile ed efficiente.

Ci vogliamo soprattutto concentrare su una posizione interessante dal punto di vista epistemologico. In un breve saggio del marzo 2016, Ben Casselman sostiene che noi possiamo misurare l’attività del cervello, ma non abbiamo strumenti per misurare l’esperienza, per capire, per esempio, se l’ondata di informazioni che ci arriva via internet sia buona rispetto alla nostra produttività. Dunque non possiamo sentenziare in un modo netto.

Appoggiamo i nostri dialoghi ad una cornice filosofica, che pensiamo come fondamento per una riflessione sull’identità dell’io e sulla sua libertà. Si tratta della pagina hegeliana della dialettica servo padrone e di una sua attualizzazione. Nel rapporto con la tecnologia e, attraverso questa, con le persone, la costruzione e la garanzia della propria identità passano dalla ragione, dalla rielaborazione critica, da una distanza pensata e da un rapporto riflessivo e continuamente rivisitato.

Riflettiamo ora con Nietzsche. In una nota pagina di Così parlò Zaratustra, quella che ha per protagonista un giovane pastore, cui un greve serpente nero penzola dalla bocca, il filosofo esercita tutta la sua critica rispetto alle visioni del tempo che precedono il suo pensiero.

Del mondo greco si conferma in Nietzsche il tema della ciclicità, che dovrà però essere gestita e fatta propria dall’uomo nuovo. Ecco perché il serpente, con le sue spire, viene morso dal pastore, che grazie al suo gesto si trasforma, ed è circonfuso di luce.

Solo a patto di essere capaci di gestire con forza il nostro rapporto con il tempo, potremo dire di possedere a pieno titolo le caratteristiche della nostra identità.


Nelle nostre classi abbiamo discusso su quell’aspetto della filosofia che viene chiamato Filosofia Pratica e che si rifà alla lezione di Gerd Achenbach e di Ran Lahav. (Riferimenti in bibliografia)

Lahav la presenta bene: È possibile interpretare i dilemmi quotidiani come aspetti problematici della visione del mondo della persona. È qui che i filosofi possono usare le loro peculiari competenze e la loro esperienza, offrendo le abilità connesse all’analisi concettuale, alla deduzione, alla descrizione fenomenologica.

La Filosofia Pratica entra nel quotidiano, indaga sui vissuti, argomenta l’accordo e il disaccordo, mette in gioco la ragione e l’emozione. Lo fa con la figura del consulente filosofico e proponendo diverse Pratiche.

La filosofia pratica non è in contrasto con quella accademica, ma contribuisce alla ricerca teoretica, in quanto pensiero che pone domande all’esperienza.

Fare Filosofia è sviluppare abilità relazionali e di pensiero costruttivo. È dialogare per condividere. La forza di questo percorso sta nell’appoggiarsi al dialogo socratico e al rigore dell’argomentazione.

Un’altra caratteristica legata alle attività di filosofia pratica (Consulenza in studio, Cafè Philò, Atelier Filosofico, Philosophy for Children) è l’atteggiamento di empatia. Lo scorso anno Laura Boella ci ha parlato di Edith Stein (il nostro liceo porta il suo nome) e ci ha mostrato, parlando della vita e delle scelte di Edith e dei suoi studi con Husserl, che l’empatia è comprensione dell’altro, condivisione silenziosa, vicinanza dello spirito.

Fare Filosofia è comprendere e integrare le idee degli altri, elaborare un atteggiamento cooperativo. Lo abbiamo sperimentato in alcuni incontri di Cafè Philò (esperienza parigina di Marc Sautet).

Abbiamo anche vissuto un’esperienza di Cafè Philò che ha voluto essere un percorso inclusivo. Un giovane detenuto del carcere di Milano Bollate ha partecipato al nostro incontro. In quelle due ore il momento di ascolto e di scambio di idee ha facilitato la relazione tra persone, cancellando ruoli sociali e pregiudizi. L’eliminazione del pregiudizio, tanto proposta dai pensatori in epoche diverse, è stato un impegno vivo per noi.

Entrare nella filosofia pratica è stato qualche cosa di simile all’incontro di Fedro con Socrate, quando il filosofo, scambiando pensieri con l’amico, ha osato porgli la domanda: Caro amico, dove e da dove? Domanda niente affatto scontata, non certo legata alle vie della città, ma ai percorsi dell’esistenza.


Nelle nostre lezioni di filosofia abbiamo incontrato opere, testi, domande e riflessioni che ci hanno avvicinato alla Bioetica e alla Fisica.

Abbiamo incontrato la Bioetica quando ci siamo recati a teatro per la performance di Daniela Poggi Io, Madre di mia madre. Lo spettacolo affronta il tema della malattia di Alzheimer e delle questioni bioetiche che vi sono connesse. Quanto curare? Perché curare? Come curare?

Rientrati a scuola, e per qualche lezione, abbiamo ragionato con l’insegnante sulle questioni filosofiche connesse alla cura. Come definiamo la persona? Sino a quando un uomo è persona? Tutti gli uomini sono persone?

Alcune pagine di Robert Spaemann ci hanno aiutati a rispondere a queste domande filosofiche.

Ritorniamo alla bioetica, che nasce come termine nel 1971, con l’oncologo Van Potter e che, come disciplina, trova una precisa definizione con Warren Reich. Bioetica è lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e della cura della salute, in quanto tale condotta sia esaminata alla luce dei valori e principi morali.

Per il suo stretto legame con l’etica e per il carattere esistenziale dei suoi problemi, la bioetica è intrecciata con la filosofia, che nel suo percorso tende a delineare le storie dell’origine, quali fondamento dei valori.

Ci siamo posti altre domande filosofiche, per esempio: che cosa significa curare, che cosa intendiamo per relazione, che significato hanno le parole dignità, fragilità, natura, salute?

Per provare a rispondere, abbiamo scelto di improvvisarci critici cinematografici. Ci ha guidati l’idea del filosofo Paul Ricoeur: Ogni azione è un testo da leggere e da interpretare.

Il film ha un po’ la funzione del mito in Platone: ottenere attenzione e facilitare la comprensione.

Abbiamo scelto alcuni film legati alla bioetica di frontiera (per le scelte legate a inizio e fine vita) ed altri legati alla bioetica del quotidiano (per le scelte legate ai temi dell’ecologia, della sostenibilità ambientale, della ricerca sugli animali).

Contestualizzare una questione in una storia ci ha davvero aiutati nell’interpretazione, anche se molti dilemmi sono rimasti tali.

Anche lo studio della Fisica ci ha portati a scoprire domande di importanti pensatori e a formulare, nelle nostre discussioni, diversi quesiti, che ci paiono contaminare i due campi, quello fisico e quello filosofico.

Innanzitutto le due discipline sono accomunate dalla domanda sul metodo, delineata già nel ‘600 e poi posta a più riprese nell’800 e nel ‘900.

Ci siamo poi detti che attraverso le leggi fisiche, le dimostrazioni matematiche e anche le sensate esperienze di Galilei, si possono scorgere all’interno della natura dei modelli.

Ma allora, cosa sono questi modelli?

Sono la struttura che forma la realtà e ne fanno veramente parte, oppure sono solo l’apparenza di una regolarità che l’uomo pensa di intravvedere?

Forse siamo noi che con gli stessi formalismi della nostra ricerca vestiamo la realtà di queste leggi o forse la natura è veramente basata su principi suoi, che vengono da noi indagati attraverso gli strumenti del sapere.

Andando ancora più a fondo nella questione, ci siamo veramente resi conto di quanto sia complessa.

Anche nell’ipotesi in cui la realtà sia effettivamente basata su modelli, come può l’uomo affermare con certezza che il modello naturale corrisponda esattamente a quello a cui noi siamo giunti? Anzi ci sembra, a volte, che la certezza dell’uomo sia quasi quella opposta, ovvero quella della temporaneità dei modelli.

Karl Popper fu ammirato nell’ascoltare Einstein mentre affermava con umiltà che le sue teorie, già alquanto rivoluzionarie, sarebbero state prima o poi, inevitabilmente, sormontate da altre. Comprese allora che la strada della scienza passa per la preparazione di protocolli adatti al confronto, al controllo, alla falsificazione.

Nel corso della storia la visione del mondo è stata numerose volte ribaltata nelle grandi rivoluzioni e altrettanto è successo al modello su cui si pensava si basasse la realtà.

C’è dunque una domanda alla quale non troviamo risposta, quella rispetto al modello ultimo, finale.

Sappiamo che la demarcazione tra scienza e non-scienza passa proprio dentro un atteggiamento aperto, di continua revisione.

Sappiamo che questa modalità ha valore euristico non solo nel campo del metodo scientifico, ma anche per quelle che Dilthey chiama le scienze dello spirito. Anche qui abbiamo trovato un intreccio tra la filosofia e la fisica.

E da ultimo ci piace pensare che l’apertura alla critica e al cambiamento sui banchi di un laboratorio possa corrispondere alla tolleranza nei percorsi della vita.


Avanziamo le nostre proposte perché a scuola non ci sia solo la Storia della filosofia, ma ci siano piuttosto la filosofia della scienza, la logica, la filosofia del linguaggio, l’etica sperimentale, affrontate non cronologicamente, ma come temi e problemi visti nel loro insieme.

Abbiamo scelto il mondo dell’etica sperimentale per esemplificare in questa direzione.

Servono decisioni etiche per i computer? Progettare droni militari comporta per un ingegnere una scelta etica? Il progettista di un’auto senza pilota deve minimizzare la perdita di vite umane o salvaguardare l’incolumità degli occupanti?

Questi dilemmi etici sono specifici della postmodernità.

Si può ragionare sui dilemmi e sulle scelte a partire dai valori, dai principi, dalle storie dell’origine. Si può anche farlo a partire dagli esperimenti mentali.

Ci sembra importante che anche questo approccio filosofico entri nella scuola.

(Nel lungo percorso della filosofia, gli esperimenti mentali sono stati spesso usati. Pensiamo al Mito della Caverna di Platone o all’idea cartesiana del genio malefico ingannatore.)

Un famoso esperimento mentale, quello del cosiddetto Ramo deviato, è apparso sulla Oxford Review nel 1967, ad opera di Philippa Foot.

Lo scenario di partenza è surreale e poiché il caso si pone nel luogo di uno scambio ferroviario (una leva, un carrello), questo modo di pensare la morale è da qualcuno chiamato trolleyology.

Un altro esempio famoso è quello che ha dato origine al libro di David Edmonds, Uccideresti l’uomo grasso?.

Ci siamo chiesti:

  1. Si può costruire un dibattito etico a partire dai casi?Per impostare una risposta ricordiamo che lo stesso Kant, noto per l’universalità dell’imperativo categorico, portava nelle sue lezioni e nei suoi testi domande molto concrete.
  2. C’è una linea filosofica nelle soluzioni della Foot al suo caso?Per rispondere dobbiamo andare alla Dottrina del Duplice Effetto (che nella Foot ha una ispirazione tomista). Questa teoria fa una distinzione importante tra intendere e prevedere. Un esempio (anche se in altro ambito) la chiarisce. In medicina, in determinate circostanze, è consentito somministrare a un moribondo una pillola che ne riduca il dolore, prevedendo che questa accelererà la sua morte, ma senza che essa sia nelle intenzioni.
  3. La trolleyology è esemplare rispetto ad altri dilemmi?Rispondiamo ancora con un caso.Dopo l’11 settembre, un famoso avvocato americano, Alan Dershowitz, ha pubblicato un libro nel quale sostiene che in alcune circostanze i governi dovrebbero dare un mandato di tortura a quanti svolgono gli interrogatori.Alcuni deontologi, applicando la regola della Foot, hanno accettato l’idea di Dershowitz. Altri hanno levato le loro voci contro. (Si veda in questo senso la posizione personalista di Raimon Gaita)

Il dibattito ci mostra, qualunque sia la posizione individuata, come partire dai casi sia una scelta costruttiva.

Chiudiamo i nostri frammenti di riflessioni con le parole di Umberto Galimberti, in occasione di una commemorazione di Jaspers:

Jaspers, a un certo punto della sua vita, non parla più di filosofia, ma di filosofare, un modo di cambiare le idee, di modificarle, perché nessuno possiede la verità.

Bisogna saper modificare le proprie idee, farle lavorare, per essere all’altezza del mondo come si sta trasformando.

Ci rimane questa utopia, far lavorare le idee, per ciascuno, oggi: fare filosofia.

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BIBLIOGRAFIA

Per la sezione di FILOSOFIA

Achenbach Gerd, La consuenza filosofica, ed Feltrinelli, MI, 2004
Boella Laura, Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, ed. Raffaello Cortina, MI, 2006
Buber Martin, Il principio dialogico e altri saggi, ed. San Paolo, MI 1993
Evans Jules, Filosofia per la vita e altri momenti difficili. Come Socrate & Co. possono aiutarti a stare meglio, ed. Mondadori, MI, 2015
Kant Immanuel, Fondazione della metafisica dei costumi, ed. Laterza, Bari, 1997
Khun Thomas, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, ed. Einaudi, TO 1962
Johnson Steven, Everything is bad is good for you, ed. Penguin Books, London, 2005
Lahav Ran, Comprendere la vita, ed. Apogeo, MI, 2004
Nietzsche Friederich, Così parlà Zaratustra, ed. Adelphi, MI ,1998
Platone, Teeteto, in: Platone. Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, ed. Rusconi, MI 1991
Popper Karl, La logica della scoperta scientifica, ed. Einaudi, TO, 1970
Sautet Marc, Socrate al Caffè, ed. TEA, MI, 2007
Spaemann Robert, Persone, Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, ed. Martano, Lecce, 2005
Vanni Rovighi Sofia, Storia della Filosofia Moderna, ed. Vita e Pensiero, MI, 1980 (per i riferimenti a Hegel)

Per la sezione di BIOETICA

AA. VV. Belmond Report, National Commission for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behaviour Research, Washington DC, 1978
Cattorini Paolo, Bioetica e Cinema, racconti di malattia e dilemmi morali, ed. Franco Angeli, MI, 2006
Galimberti Umberto, Come trovare un’etica moderna, in “La Repubblica”, 12 agosto 2004
Humbert Vincent, Io vi chiedo il diritto di morire, ed Sonzogno, Venezia, 2003
Ricoeur Paul, Dal testo all’azione. Saggi di ermeneutica, ed. Jaca Book, MI, 1989
Russo Giovanni, Storia della bioetica. Le origini, il significato, le istituzioni, Ed. Armando, Roma, 1995

Per la sezione di FISICA

Feynman Richard, Sei pezzi facili, ed. Adelphi, MI, 2000
Rovelli Carlo, Sette brevi lezioni di fisica, ed. Adelphi, MI, 2014

Per la sezione di ETICA SPERIMENTALE

Edmonds David, Uccideresti l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore, Raffaello Cortina, MI, 2014
Thomson Judith, The trolley problem, in «The Yale Law Journal», Vol. 94, N.6, 1985

FILMOGRAFIA

Per la bioetica di frontiera

Still Alice, di Richard Glatzer, Wash Westmoreland, 2014
Miele, di Valeria Golino, 2013
Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel, 2007
Mare dentro, di Alejandro Amenabar, 2004

Per la bioetica del quotidiano

Earth – la nostra Terra, di Alastair Fothergill, Mark Linfield, 2009
An inconvenient truth, di Davis Guggenheim, 2006
Fast food nation, di Richard Linklater, 2006
Chernobyl heart, di Maryann DeLeo, 2003

SITOGRAFIA

Per la riflessione delle neuroscienze sul multitasking

Bradberry Travis, Multitasking Damages Your Brain and Your Career, New Studies Suggest, 2016 TalentSmart:
http://www.talentsmart.com/articles/Multitasking-Damages-Your-Brain-and-Your-Career,-New-Studies-Suggest-2102500909-p-1.html
consultato nel mese di marzo 2016

Ben Casselman, Is Twitter Making Us More Productive?, 2016 FiveThirtyEight:
http://fivethirtyeight.com/features/is-twitter-making-us-more-productive/
consultato nel mese di marzo 2016

Per un approfondimento sulle self-driving-cars

Emerging Technology from the arXiv, Why Self-Driving Cars Must Be Programmed to Kill, MIT, 2016 Technology Review:
http://www.technologyreview.com/view/542626/why-self-driving-cars-must-be-programmed-to-kill/
consultato nel mese di febbraio 2016