Essere donna e pensare colorato
Percorso di filosofia pratica al reparto femminile della II Casa di reclusione di Milano Bollate

È il racconto di un percorso di filosofia pratica in Casa di reclusione a Milano Bollate. Il contesto è la sezione femminile e tutto si declina sul filo della femminilità. Donne sono le ospiti, donne le volontarie, donne le filosofe. Un clima e un contesto che Hetty Hillesum chiamerebbe di “cuori pensanti”.

Paola Saporiti – Essere donna e pensare coloratoAdobe_PDF_file_icon_32x32

La formula degli incontri è quella del Cafè Philò, con i temi forti delle pensatrici del nostro tempo: l’anima, l’empatia, la vita attiva, il cuore, il coraggio.

Nel percorso della filosofia del ‘900 e del terzo millennio, che in gran parte ha perso il suo sigillo metafisico, le filosofe riflettono sulla vita ragionando non sui valori assoluti, ma nei termini di un pensiero poetico e appassionato.

Ho deciso di portare fogli bianchi e pastelli, per dare modo a tutte di esprimersi con immagini e fantasia, come aiuto nel campo difficile dell’indagine su se stesse.

Ci ha sempre accompagnate Aya, una giovane libera, una studentessa di liceo con la passione del disegno e il dono dell’interpretare. Ogni nostro Cafè Philò, con i suoi dialoghi, le sue narrazioni anche intime, è racchiuso nelle immagini tracciate da Aya.

Ecco il pensare colorato.

Che cosa abbiamo messo al centro? Figure di donne (storie, passioni, pensiero e cuore) in un percorso di riconoscimento e di ricerca di dignità.

Come lo abbiamo fatto?  Con una filosofia quale dialogo, che spinge ad aprirsi, porta a sciogliere i pensieri, a svelarli, dunque avvicina alla verità (alétheia).

In che direzione ci siamo mosse? Verso il benessere che può nascere da uno stile di intimità.

Attraverso quale scoperta? Purtroppo attraverso la scoperta di molto dolore. Un dolore radicale, lungo come la vita, che può togliere il desiderio di ricominciare. La filosofia, però, dialogata in gruppo, dopo essere stata svelamento, è stata anche momento catartico rispetto ai vissuti di sofferenza.

Mi sono domandata, in conclusione, se sia stata una buona scelta, quella di portare volti e pensieri di filosofe tra le ragazze detenute. Se portare pensieri di “straniere”, donne con storie diverse e così lontane, non sia stata una forzatura, una modalità difficile e ulteriormente dolorosa.

Forse è stata invece una scelta di coraggio, di quella possibilità, come ci ha ricordato Laura Boella, che “apre una porta verso ciò che sta fuori, ricorda che il nostro bene e il nostro male fanno parte del mondo, delle esperienze vissute di tutti e tutte. L’amore per il mondo che le filosofe ci hanno lasciato in eredità non è soltanto scritto nei loro libri. È una finestra che si apre e dalla quale si guarda fuori, si immagina, si riaprono i giochi con se stesse e con la realtà”.

Laura Boella, avvicinata dal gruppo per i suoi scritti sull’empatia, è poi venuta tra noi, per un incontro sul coraggio, regalandoci motivazione, vicinanza e simpatia.

A Laura devo la prefazione a questa mia narrazione. Nel suo testo, ricco di spunti e di umanità, è messo a tema ciò che, insieme alle ragazze, detenute e libere, abbiamo desiderato e cercato di realizzare.