Carlo Maria Martini, un maestro

pensieri nel quinto anniversario della sua scomparsa

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Ho imparato tanto da Carlo Maria Martini, come molti di noi, giovani in piazza Duomo il 10 febbraio 1980.

In ascolto della lectio divina, della cattedra dei non credenti, delle pagine di ermeneutica biblica, ho sentito le parole: comprendere, stimare, responsabilità.

La riflessione del cardinale dice che questi termini non si applicano solo ad alcuni momenti e situazioni, ma alla persona tutta intera.

Due giorni dopo l’ingresso a Milano, ho incontrato padre Carlo in Sant’Antonio. Quel giorno, a Roma, era stato ucciso Vittorio Bachelet. Il cardinale aveva subito pensato ad una celebrazione e aveva scelto la chiesa più vicina all’Università statale e quindi più vicina ai giovani. Ho ascoltato le sue parole di non violenza, di profonda attenzione per il dramma di chi aveva subìto il crimine, ma anche per il baratro di chi lo aveva commesso.

Più avanti, sempre con Martini, ho conosciuto la giustizia riparativa, attraverso gli incontri da lui voluti con i responsabili della lotta armata e con i familiari delle vittime. Un percorso di dialogo e di riconciliazione, una testimonianza di condivisione del dolore, una scelta filosofica molto vicina a ciò che Paul Ricouer chiama il perdono difficile.

Poi mi è accaduto, insieme a Gian, mio marito, di ospitare a pranzo il cardinale. La prima volta è stato in montagna, sul Monte Bianco.
Si rientrava da una giornata a Taizé; Martini era un po’ stanco e don Erminio de Scalzi, il suo giovane segretario e nostro amico, aveva suggerito una sosta in famiglia. Mentre eravamo a tavola, circondati dalle cime innevate, Carlo Maria ha parlato della bellezza, del suo valore nella vita di ciascuno, del bisogno di farne tesoro, della responsabilità di portarla in noi e tra la gente.

Conservo un diario delle nostre gite. Tra una genziana e una stella alpina, è rimasta, preziosa, la dedica di quel giorno, con la sua lezione di contemplazione e di responsabilità.

È bello stare qui.

Oggi, quando propongo i miei incontri di filosofia pratica, scelgo parole, riflessioni, immagini di arte o brani musicali, perché un po’ di bello arrivi per tutti nei pensieri e nell’esistenza.

Una seconda volta, dopo qualche anno, il cardinale è stato a pranzo nella nostra casa. Era un giorno di febbraio e avrebbe tenuto una conferenza all’Aloisianum, la casa dei Gesuiti di Gallarate. L’ambiente dove rivedere il suo testo era però piuttosto freddo. Don Erminio telefonò e ci chiese un camino acceso e un pranzo semplice. Nella nostra conversazione, quel giorno, c’è stato spazio per il tema della relazione e della persona come progetto.

Ci sono state anche le mie domande sul bene e sul male, sui vissuti dentro e fuori dal carcere, su come avrei potuto rendermi vicina alle persone detenute. Il cardinale mi ha parlato dell’associazione dei Gesuiti, la Sesta Opera San Fedele, attiva nel mondo della reclusione in una dimensione oblativa.

Oggi, negli incontri al carcere di Bollate, nonostante inevitabili errori, porto come risorsa la filosofia personalista e le parole di Martini.

Nel settembre 2002, nell’imminenza della partenza per Gerusalemme, con Gian ed i nostri figli sono stata in curia per un saluto. Quel giorno, sulla scia di alcune pagine bibliche, il padre è tornato ai temi del confronto e dell’altro.

Sono ancora -con il cuore- in quel salottino, alla finestra che si affaccia sulla via che oggi è dedicata al cardinale. Conservo la memoria del suo sguardo, timido ma fermo, del suo gesto, signorile ma semplice, del suo sorriso dolce. Gli stavo di fronte. Ricordo le suole quasi bucate delle sue scarpe di uomo essenziale, ricco di Dio e di umanità, povero come gli ultimi, che ha prediletto.

Paola Saporiti

31 agosto 2017

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